Era nato 32 anni fa in Sierra Leone, sulla costa africana dell’oceano Atlantico, ed è deceduto ieri all’ospedale IDI di Roma. A fargli compagnia, nei lunghi mesi del ricovero in ospedale, il personale sanitario, il cappellano… e il forte desiderio e la speranza di poter presto tornare nei campi a lavorare per guadagnare qualche soldo da mandare a casa.
Aveva, infatti, lasciato il suo Paese – solo tra i suoi familiari – per trovare “fortuna” qui da noi, tra i pomodori, le zucchine, le fragole, i cocomeri… e quant’altro di buono arriva sulle nostre tavole dal duro lavoro dei campi.
Giuseppe, il cappellano che tutti i giorni passava a salutarlo, racconta commosso della sua ferrea volontà di contribuire al benessere della sua famiglia, ripetendo sempre “sto bene” a chi gli domandava come stesse, sforzandosi di superare quel male che lo consumava dentro, inesorabilmente, e che lo ha condotto alla morte nel fiore dell’età. A inviare qualcosa alla famiglia ha contribuito, di tanto in tanto, la spontanea generosità degli operatori sanitari del reparto.
Una storia come tante, purtroppo. Di quelle a cui ci hanno abituato internet e tivù, e che non fanno più notizia – se non in casi eccezionali… magari per il numero delle persone coinvolte. Una storia come tante, si dirà, ma questa è la piccola storia di Mohamed, che nessuno racconterà anche per la scarse, scarsissime notizie che lo riguardavano. Mohamed è morto sabato 27 giugno in un ospedale che porta il nome di una madre, Maria Immacolata, e vogliamo pensare che ad accoglierlo lassù ci sia proprio Lei, per dargli quel grande abbraccio che i suoi – qui in terra – da tempo non avevano più potuto dargli.